Lug 07 2018

Si assaggiano i vini territoriali lucani

Category: Newsjaco @ 11:03
Basivin Sud - Degustazione vitigni territoriali

Basivin Sud – Degustazione vitigni territoriali

Procede l’iter per la registrazione dei nuovi vitigni lucani reperiti con la ricerca Basivin-sud. A Viggiano, ospitati nell’elegante Hotel dell’Arpa, Tecnici del CREA e del CNR con assaggiatori dell’ONAV , dell’AIS ed i produttori lucani, hanno esaminato i vini ottenuti da alcuni vitigni in corso di registrazione.

Le schede di degustazione serviranno per corredare la pratica che porterà alla registrazione dei vitigni nel Catalogo Nazionale dei vitigni.

La degustazione è stata molto interessante,  non solo per la notevole qualità dei vini, pur ottenuti da semplici micro vinificazioni, ma sopratutto perché sono stati messi a confronto i vini ottenute dalle viti del campo-collezione del CREA di Turi con i vini ottenuti dagli stessi vitigni messi a dimora presso l’ALSIA di Villa d’Agri.

Si sono esaminati i vini bianchi ottenuti dai vitigni Aglianico bianco, Giosana, Jusana, Malvasia di Basilicata ad acino piccolo, Santa Sofia ed i vini rossi ottenuti da Colatammurro e Plavina.

Basivin Sud - Degustazione vitigni territoriali

Basivin Sud – Degustazione vitigni territoriali

Bisogna subito dire che quando sono allevati negli areali di origine, questi vitigni si esprimono a notevoli livelli, rivelando grande intensità con bella mineralita’ ed una buona attitudine a produrre vini complessi e longevi. Qualità queste, presenti anche nei vini delle viti messe a dimora a Turi, ma dove di esprimono con minore intensità.

Su tutti spiccano i vini da Giosana/Jusana che danno vini equilibrati e con notevole espressività. D’altra parte sono molto tipici e caratterizzanti anche la malvasia, l’aglianico B. e la santa sofia che denunziano bene la tipicità del territorio, conservando la matrice del carattere del vino territoriale. Come spiegato dai ricercatori, dott Del Lungo e dott Caputo, tutti hanno una matrice comune nella loro genealogia, identitaria del territorio, che le fa derivare dalla “uva bianca antica”  diffusa nelle aree lucane, sinonimo di uva di qualità degna di riproduzione. Come anche la classificazione  di uva di pregio riconosciuta alle uve “aglianiche” la cui ricca biodiversità ne fa uno dei vitigni più interessanti del panorama viticolo nazionale.

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Feb 21 2018

Basilicata, lucani e lucanico

Category: Newsjaco @ 13:59
Etimologia Lucanica

Etimologia Lucanica

L‘Accademia della Crusca si è soffermata di recente sulla non corrispondenza, unica nelle regioni italiane, tra il nome della regione Basilicata e quello dei suoi abitanti, notoriamente chiamati Lucani.
Ne sono risultate opzioni improponibili, come quella di chiamarli Basilicatesi, oppure Bas

ilischi, non appropriato in quanto nome di un lucertolone che la brava Lina Wertmuller usò in un suo film per descrivere i giovani lucani sfaccendati, sdraiati immobili a prendere il sole.
Il territorio racchiuso nel triangolo Metaponto-Paestum-Pollino è stato prima Enotria e poi Lucania da oltre sette secoli prima di Cristo, e mi pare ovvio che i suoi abitanti siano Lucani, come Campania-campani, Puglia-pugliesi, Toscana-toscani ecc.
Alterne vicende nei secoli hanno portato a mutare il nome in Basilicata quando il Basileus bizantino amministrava la regione, oppure ad assegnare alla Campania  l’odierno Cilento che ne conserva ancora i toponimi (Vallo della Lucania) e le tradizioni. Per quanto mi riguarda, io sono da tempo legato al nome Lucanico, perchè mi pare il più adatto a descrivere un prodotto, salsiccia o vino che sia, originaria del mio territorio.

Lucanico e Lucanica

Lucanico e Lucanica con soppressata

Lo spunto per questo racconto mi viene dal fatto che un bravo macellaio, che vende il mio Lucanico insieme alla salsiccia tradizionale lucana, da lui etichettata correttamente “lucanica”, è stato ripreso da alcuni clienti, che gli facevano osservare che la corretta grafia era “luganega”. E siamo in un paesino Lucano!
Pare incredibile che ancora oggi una forma riverenziale verso il nord ci condizioni al punto di farci dimenticare le nostre più autentiche origini.
La lucanica, o salsiccia tradizionale lucana, condita con poco sale, polvere di peperone (crusk, dolce o piccante) è un prodotto che vanta molti tentativi di imitazione e numerose varianti, quando si è diffusa in altri territori, ma della cui origine non è possibile dubitare. La Lucanica vanta anche uno dei certificati DOP più antichi che si possano immaginare. Ce lo fornisce Marco Terenzio Varrone, autore latino del II sec a.c., che nel suo “De Lingua latina” afferma senza ombra di dubbio che la lucanica è così chiamata perchè i soldati l’hanno conosciuta dai lucani.
Lucanicam dicunt quod milites a lucanis didicerint.
Inoltre a Roma le schiave lucane erano molto apprezzate per come sapessero “conservare la carne nello stesso intestino dell’animale”.

Lucanico - The craft wine

Lucanico – The craft wine

La variazione della c in g in luganega è tipica delle inflessioni nordiche..figa, cagare ecc
Io ho sempre usato il nome Lucanico per il mio vino, prodotto in Lucania con uve antiche “lucaniche”.

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Gen 23 2018

Ci servono ancora aggettivi per qualificare il vino?

Category: Newsjaco @ 22:04
Aglianico artigianale anni '70

Aglianico artigianale anni ‘7

Non sene può più di etichette, aggettivi bollini verdi ecc che qualificano un vino!

Nc’è niente di più naturale della fermentazione alcolica, la quale avviene anche all’insaputa dell’uomo. Naturale: secondo il dizionario:  ‘cosa che è in natura’;  ebbene in natura c’è solo uva, non esiste vino. Ma tutto quello che si fa per allevare la vite e trasformare l’uva in vino è innaturale: è innaturale potare, innestare, piegare, allungare tagliare questo o lasciare quello, vendemmiare prima, dopo, riscaldare, raffreddare, togliere, aggiungere…quindi niente è più personale, soggettivo, artistico della produzione del vino. Senza intervento umano non c’è vino
Nessuno meglio del sommo poeta poteva descriverlo più esattamente e precisamente con sole due terzine:
Guarda il calor del sol che si fa vino
Giunto a l’omor che dalla vite cola.  Purgatorio – canto XXV
Questo è tutto.

Vero vino naturale

Vero vino naturale

E non sapeva niente nè di fotosintesi clorofilliana nè di fermentazioni!

 

Di questo semplice e naturale processo si è impadronito l’uomo che lo plasma a sua volontà, secondo i suoi gusti e le sue conoscenze, curando più il primo e spesso trascurando le seconde. La domesticazione non investe solo l’agricoltura viticola; anche il vino deve essere domesticato. Se l’uomo non interviene con l’agricoltura avremo un campo incolto come sarà anche il vino, incolto, senza il suo intervento nel seguire la vinificazione.
Il sole, la luce, nutrono la pianta che darà dei frutti, buoni o cattivi, secondo come viene allevata. I suoi frutti saranno la conseguenza di queste cure e daranno vino migliore o peggiore secondo la capacità e la volontà di chi lo produce.
Non c’è problema se la vinificazione “naturale” dà vini con volatile..se questo è l’obiettivo di chi lo fa e a lui piace così. Il problema sorge quando si vuol “vendere” questo, e altri difetti, come qualità, peculiarità del territorio.

Tanto…col ..marchètting si vende tutto.
Senza intervento umano non c’è vino. Non si sente più la necessità di una qualunque categoria, classificazione, aggettivazione: l’unico garante della qualità è il produttore. Poi il prodotto ottenuto a qualcuno piacerà, ad altri no..questo è il bello del vino, anzi dei vini, che sono moltissimi, quanti l’estro umano riesce ad immaginarne.

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Gen 18 2018

Innesti a gemma t-bud e chip-bud contro l’esca

Category: Newsjaco @ 17:41
Sezione di vite attaccata da esca con sovrainnesto a gemma o chip-bud

Sezione di vite attaccata da esca con sovrainnesto a gemma o chip-bud

Durante una visita del titolare della  Worldwide-vineyards, sempre interessante ed istruttiva, si parlava della possibilità di combattere il mal dell’esca con gli innesti a gemma. Questa tecnica era già usata dai romani e consente di innestare i due bionti con minimo stress per la vita biologica della pianta innestata. Ovviamente questa tecnica richiede manodopera specializzata per praticare gli innesti in campo, come fanno alla  Worldwide-vineyards, che fornisce ampio know.how durante la preparazione e l’assistenza per la riuscita degli innesti.
Molto interessante la sezione di una vite Sovrinnestata, già colpita dal marciume dell’esca, che mostra un tralcio sano in pieno vigore, originato dalla gemma innestata.
Purtroppo nel fusto originario sono già visibili le prime tracce del marciume, che origina dall’innesto originale ad omega.
È evidente che se si vuol salvare l’apparato radicale si dovrebbe innestare sul selvatico, mantenendo la piena produzione, che si perde solo per un anno. In ogni caso è confortante notare l’integrità del tralcio dell’innesto, ma in questo caso servirà solo a prolungare la vita della vite originaria che prima o poi sarà danneggiata dal mal dell’esca.

http://www.worldwide-vineyards.com/it/

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Gen 12 2018

Viti innestate centenarie

Category: Newsjaco @ 21:51
Vite di Magliocco D- innestata nel 1909 a gemma

Vite di Magliocco D- innestata nel 1909 a gemma

In occasione di sistemazioni di confini, è stato necessario estirpare alcune viti di un antico vigneto di famiglia, impiantato nel 1909 e tuttora in produzione.
Avendo già accertato che le viti erano innestate su americano, sia per memoria di mia madre, che ricordava che l’impianto fu intrapreso in seguito alla fillossera, sia per aver notato il ricaccio di vite selvatica su qualche fallanza, sono stato colpito dalla apparente mancanza di callo di cicatrizzazione su dette viti estirpate.

vite di Cabernet S. di 18 anni innestata ad Omega

Vite di Cabernet S. di 18 anni innestata ad Omega

In realtà guardando attentamente, il callo era presente, ma la cicatrice era talmente assimilata che solo sezionando la radice si è potuto notare il punto di innesto. Innun’epoca in cui la vita media delle viti è di circa 30 anni, mi sono chiesto perchè viti di cento anni sopravvivono e vegetano regolarmente.
La riflessione che arriva di conseguenza, è che evidentemente dopo 110 anni il legno della vite è perfettamente sano proprio a causa dell’innesto usato in quell’epoca, sicuramente innesto in campo a spacco o a gemma. È evidente che un innesto a gemma è tanto compatibile con la fisiologia della vite da essere tollerato con minimo trauma sulla vegetazione della stessa.
Oggi siamo abituati a vedere grossi rigonfiamenti nel punto di innesto: naturale conseguenza della cicatrice di un innesto ad omega, nel quale la ricostruzione del tessuto vivo è ostacolata dalla necrosi della testina dell’omega. Necrosi che si verificherà puntualmente per il tessuto non vivo, che costringe la linfa della vite selvatica a ricostruire tessuti nuovi aggirando l’ostacolo costituito dal legno morto.

Schema esplicativo di innesto ad Omega

Schema esplicativo di innesto ad Omega

Vedi disegno esplicativo.
Nelle foto sono mostrate le sezioni dell’innesto della vite centenaria, con legno integro, e la sezione dell’innesto di una vite di cabernet su 5BB di 18 anni. Su quest’ultima è evidente il vuoto lasciato dalla testina dell’omega dopo la sua marcescenza.

Recenti ricerche pare facciano risalire a questo tipo di innesto la breve vita delle viti moderne e forse anche il mal dell’esca, il cui marciume non scende nei tagli di potatura, ma “sale”  dall’area marcia racchiusa nel punto di innesto.

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Dic 01 2017

Con il pretesto del naturale stiamo tornando al ” vino del contadino”?

Category: Newsjaco @ 15:31

 

Aglianico artigianale anni '70

Aglianico artigianale anni ‘7

Il mondo del vino e non sta vivendo un periodo di infatuazione verso il naturale nel disperato tentativo di ottenere prodotti più genuini con una sorta di marchio che potremmo chiamare “senza”
Mentre in Francia, un secolo fa, Ribereau-Gayon stabiliva le basi della moderna vinificazione, ancor oggi valide, in Italia si vinificava affidandosi alla buona sorte ed alla luna…il cosiddetto vino del contadino…
Dopo tanti anni durante i quali si è creduto che per fare vini buoni bastasse spremere uva qualsiasi ed aspettare, è arrivata l’era della tecnonologia. Ed il vino si è avvalso di ogni coadiuvante che che la chimica metteva a disposizione per eliminare o ridurre i difetti di fermentazione e stabilizzazione: anidride solforosa, acidificazione, disacidificazione, cartoni deodoranti e decoloranti, additivazioni varie … fino allo scandalo del metanolo! Questo evento ha scosso il mondo enologico, sia dei produttori che dei consumatori, risvegliando una sensibilità maggiormente rivolta alla qualità tramite tecniche meno violente ed invasive. Cresce l’attenzione per l’uso dei lieviti, si impiega acciaio inox per migliorare l’igiene, la pigiatura e la pressatura, si impiegano legni di qualità, si adotta un accorto uso delle temperature.
Poi alla fine del secolo scorso, con il miglioramento della qualità dei vini prodotti,  si assiste ad un rigetto di tante pratiche tecnologiche, imputate di produrre vini omologati e poco espressivi, a favore di tecniche “biologiche” che assicurano una maggiore salubrità dei vini e grande caratterizzazione.
Ormai abbandonata la produzione dei vini del nonno, ottenuti con la tecnica di …incrociare le dita e lasciar fare alla natura, con risultati a dir poco discutibili, si è passati ad un chimismo sempre più ridotto a favore di un maggior controllo dei fenomeni biologici. È l’era del biologico, pur riconoscendo a questo termine un valore relativo, dal momento che tutto il processo di vinificazione, comunque condotto, è essenzialmente frutto di biotecnologia. In questa fase è ancora più interessante la maggiore attenzione posta nella cura del vigneto, elemento alquanto trascurato in precedenza.
Uva ottenuta da vigneti sani, in equilibrio microbiologico del suolo, e con un sistema vascolare integro, è il presupposto indispensabile per poter poi ottenere vini espressivi e riconoscibili. In cantina queste uve avranno bisogno solo di cura e assistenza nell’importantissimo processo di vinificazione per la nascita di un vino buono, sano, esente da difetti.
Da questo non si sfugge:senza l’ intervento dell’uomo non si ottiene vino buono, anzi non si ottiene vino e basta. La vite, innestata, potata, piegata, curata nei periodi critici, correttamente alimentata, su un suolo microbiologicamente non esausto, ci darà sicuramente vino buono, ma sempre risultante dall’obiettivo che l’uomo si propone e ammesso che abbia le conoscenze per realizzarlo.
Una vigna “senza” assistenza e una fermentazione “senza”  sorveglianza non darà mai un prodotto di qualità
L’adozione del biologico e del naturale si riduce al mero equilibrio tra natura e pianta, sorvegliato dall’uomo, il quale conserverà un  naturale rispetto anche negli interventi per la valorizzazione della materia prima ottenuta, ma senza ammiccamenti all’equazione naturale=più buono.
Non vorremmo che rincorrendo il vino “senza” additivi  arriviamo al vino senza ..qualità.

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Ott 10 2017

Antico clone di Fiano

Category: Newsjaco @ 18:37
grappoli-di-fiano

Grappoli di Fiano in commercio

L’indagine Basivin-sud, condotta dal 2006 dal CREA di Turi, sugli antichi vitigni dell’area una volta chiamata Enotria, oltre a scoprire ben 41 nuovi vitigni non catalogati, ha contribuito anche ad identificare con precisione cloni di varietà già presenti nel Registro Nazionale dei vitigni – RNVV.  E’ il caso della Malvasia di Basilicata, del Magliocco dolce, del Castiglione, quest’ultimo reperito in un antico vigneto appartenente alla nostra famiglia, impiantato nel 1909 e tutt’ora in produzione. Nello stesso vigneto è stato identificato anche un clone di Fiano, risalente allo stesso anno. Questa varietà era già stata individuata e, tramite  selezione massale, reinpiantata in un nuovo vigneto, nel 1975, con innesti operati per la gentile disponibilità del Preside Cassano della gloriosa Scuola di Agraria di Avellino ad indirizzo enologico. In quegli anni nessun vivaista aveva il fiano in catalogo.

Clone del vigneto del 1909

Clone del vigneto del 1909

Ora, nel 2015, questi antichi cloni sono stati di nuovo oggetto di selezione massale ed usati per ampliare il vigneto esistente. È interessante notare come le caratteristiche ampelografiche dei vecchi cloni siano nettamente diversi dai cloni oggi in commercio. Alcuni fattori, indicatori di qualità, sono maggiormente presenti nei vecchi cloni. Dalle foto si vede come questi posseggano caratteri identificativi oggi quasi scomparsi dai cloni in commercio.

FianoMi riferisco al grappolo spargolo, alla forma ovale del chicco, alla presenza di grappoli doppi,  caratteri  questi quasi scomparsi nei cloni di Fiano oggi in commercio.
In altre foto, tratte da cataloghi di vivai moderni, sono mostrati grappoli con evidenti i segni di una selezione  volta all’ottenimento di individui vigorosi e molto produttivi.

È evidente come finora la moderna vivaistica abbia trascurato i caratteri enologici

Fiano 2017

Fiano 2017

dei singoli cloni, preoccupandosi esclusivamente di selezionare piante che offrano un favorevole impatto estetico, privilegiando qualità per esso più interessanti quali vigore, facilità e affinità di innesto.

Sarebbe auspicabile che nei nuovi impianti si tornasse al vecchio metodo dell’innesto in campo a gemma su selvatico radicato, sistema questo che  garantisce un armonico rapporto tra i due individui con la certezza del clone impiantato e una vita più regolare  della pianta, che in questo modo, rispettando il suo equilibrio vegetativo, sarebbe anche più longeva.


Set 09 2017

La speculazione si impadronisce della siccità

Category: Newsjaco @ 10:39
Vite di 8 anni innestata in vivaio con innesto a omega

Vite di 8 anni innestata in vivaio con innesto a omega

Vitigni   resistenti

Ormai  siamo pronti a strumentalizzare anche l’ultima calamità: la siccità! Dal 2007 la Rauscedo divulga la ricerca dell’Università di Milano condotta dal Prof Scienza circa lo sviluppo dei nuovi portinnesti  M (come Milano) volti a migliorare  l’espressione vegetativa, l’espressione produttiva e  lo sviluppo vegetativo delle varietà innestate. Vedi il lin – Quaderni Tecnici N° 17  http://www.vivairauscedo.com/quaderni-tecnici

Ma dopo l’infuocata estate 2017 improvvisamente il Prof Scienza parla dei portinnesti  M come  resistenti alla siccità! Nel Quaderno Tecnico Rauscedo n°17 si può vedere come il carattere “resistenza alla siccità” nella ricerca non è mai nominato e nella tabella delle caratteristiche dei nuovi portinnesti tale carattere sia condiviso anche con i portinnesti tradizionali. Se proprio il Prof Scienza vuole impegnarsi in un’opera meritoria, perché non si dedica ad una ricerca per debellare la Fillossera, per piantare viti franche di piede, abolendo  ogni problema di adattabilità della vite europea ai vari climi e terreni e tornando così ad una viticoltura più autentica.

Vite di 20 anni innestata in campo a gemma-

Vite di 20 anni innestata in campo a gemma-

D’altra parte le attenzioni dei vivaisti sono sempre state rivolte a caratteristche quali la facilità di attecchimento, l’affinita di innesto, la vigoria, la produttività, guardando più i caratteri tecnologici  e morfologici che  quelli enologici. come già successo anche nella conduzione del vigneto, dove sono stati adattati i sistemi di allevamento alle macchine, e non viceversa.

Una seria ricerca volta allo studio di tecniche che abbiano per obiettivo il miglioramento delle tecniche di allevamento della vite ed alla sua salute non è negli obiettivi dell mercato vivaistico. E’ ormai certo che l’innesto in campo di proprie marze su portainnesto radicato migliora enormemente la vita e la resistenza dei nuovi vigneti. Questi  tornerebbero ad essere centenari, conservando una omogeneità ed uno stato sanitario che oggi, già dopo 20/30 anni è scaduto e richiede un reimpianto, come suggerito dalle moderne tecniche vivaistiche.

Le foto non richiedono spiegazioni.


Feb 06 2017

Un po’ di chiarezza circa le origini del Sirah

Category: Newsjaco @ 14:47
Il Volume del Progetto Basivin Sud

Il Volume del Progetto Basivin Sud

Il Sirah o Syrah o Shiraz, è uno dei vitigni che dà origine a vini molto ricercati, partendo dall’Hermitage, sua zona di elezione, e diffondendosi in Europa  fino al Nuovo Mondo. Il suo nome ha immediatamente richiamato alla mente mitiche origini orientali, come se la sua origine potesse certificare una capacità di  fornire vini di eccelsa qualità.

Una recente ricerca partita in Basilicata ed esattamente da Viggiano, in Val d’Agri, denominata Basivin-Sud ha prospettato nuovi orizzonti circa le origini dei vitigni tipicamente meridionali, come l’Aglianico, il Greco, il Guarnaccino, il Fiano, ed altri al momento completamente sconosciuti.

La ricostruzione delle parentele genetiche tra vitigni, introdotta con la decifrazione del genoma della vite,  ha designato ilPinot come ilpiù antico progenitore di tanti vitigni diffusi in Europa e non solo. Con una certa fortuna è stato possibile accertare non solo le parentele del Sirah, ma anche i suoi diretti genitori, la Dureza e la Mondeuse  blanche, con tutti i legami che queste varietà hanno con i vitigni centroeuropei, con l’Aglianico e con il Pinot. Tra i vari legami parentali sorprende la scoperta di  un nonno in comune che hanno aglianico, precedente di due generazioni e dureza, scoperta, questa, che pone il vitigno lucano tra gli avi del Syrah.

Questi incroci e trasformazioni sono avvenuti con tutta probabilità in Enotria, dove si ipotizza che il Pinot fosse già in uso dalla prima età arcaica, dove la colonizzazione greca trovò i vigneti coltivati ad oynotron, il palo di vite, e abbia raggiunto il Rodano successivamente, per merito dei Focei che, dalla patria italica, Elea, oggi Velia nel Cilento, nella metà del VI secolo a.C., fondano  Massilia (Marsiglia) trasportando vino, uve e tralci di vite alla foce del Rodano. Lungo questa tratta i vitigni selezionati in Enotria raggiungono la Francia e si diffondono nelle loro terre d’elezione: Dureza e Syrah nell’alta valle del Rodano, il Pinot nero più a nord, in Borgogna. Tra fine VI e inizio V secolo a.C. in Enotria, la prima selezione di Pinot, Dureza, Mondeuse e Syrah potrebbe aver costituito un insieme di varietà riconoscibili come Siriche,

Vite centenaria Vite centenaria di Sirica, oggi denominata Sirah o anche Shiraz o Syrah

Vite centenaria di Sirica, oggi denominata Sirah o anche Shiraz o Syrah

provenienti cioè dalla Siritide. il territorio di Siris-Heraclea – dove il suffisso -ikos indica l’appartenenza di un elemento a un gruppo omogeneo. L’assonanza con “siriaco” (dalla Siria) spiega la confusione nelle fonti latine e successive, alla ricerca di (false) corrispondenze tra Syrah e la città persiana di Shiraz e perfino con l’antica Siracusa. Ancora oggi nel sud Italia antiche viti di Sirah vengono chiamate con l’antico nome di Sirica.

Siriche, Aminae, Lucanum. Dove nasce l’Aglianico

Il particolare pregio di queste varietà si incrementa agli inizi del V secolo a.C. con la dispersione dei Sibariti, che si stanziano nell’entroterra dopo la distruzione della loro colonia. Con loro, nelle valle fluviale dell’Akiris (oggi Agri) interne all’Appennino lucano, nasce la tradizione delle Amineae: termine che designa un gruppo di vitigni eccezionali per resa produttiva e durata del vino, tanto da diventare in età imperiale una sorta di marchio di garanzia, riportato “in etichetta” sulle anfore vinarie. Nello stesso territorio il Lucanum (vinum) indica altre varietà viticole locali non ancora diffuse, selezionate da famiglie di imprenditori agricoli come le gentes Apicia, Pompeia e Caedicia. Fra queste troviamo l’Aglianico, geneticamente preesistente, ma “scoperto” e diffuso dalla gens Allia nel I secolo a.C., trasferitasi dopo l’eruzione del Vesuvio in Irpinia e nell’Alta Val d’Agri (come testimoniano le epigrafi, in unione a diversi toponimi, dal fiume Alli all’abitato di Aliano). Sebbene la conformazione fisica della valle ostacoli i collegamenti con l’esterno, quest’area si identifica nella prima età imperiale come uno dei fulcri produttivi d’eccellenza della Lucania. Nel I secolo a.C. il potente Marcus Valerius Messalla Potitus vi fonda un’azienda agricola sperimentale con vitigni provenienti dall’antica fortezza ionica di Lagaria per produrre il Lagarinum, vino di riconosciute proprietà terapeutiche secondo la medicina del tempo.

La ricerca ovviamente continua, con la speranza di poter individuare, attraverso l’indagine genetica, più precisi legami parentelari dei tanti vitigni che costituiscono un invidiabile patrimonio di diversità genetica del territorio lucano.

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Gen 05 2017

Buon Compleanno all’ONAV

Category: Newsjaco @ 21:10

I  65 anni dell’ONAV

Molto bello lo spettacolo coreografico svoltosi ad Asti per celebrare i 65  anni di vita dell’Organizzazione Nazionale  Assaggiatori  di Vino. Spettacolo di eleganza e leggerezza  direttamente collegato alla vita della vite prima e del vino che ne deriva poi.  L’ondata di rinnovamento introdotta dal Presidente Intini  si riflette in ogni nuova iniziativa, intesa  a dare nuova linfa  alle manifestazioni  volte al corretto modo di avvicinarsi al vino, alla sua conoscenza  ed a diffondere le giusten modalità di consumarlo .

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