Ott 02 2018

Il grande patrimonio di biodiversità viticola lucana

Category: Newsjaco @ 14:06

L’Aglianico in Val d’Agri, a Viggiano

Aglianico Antico a Viggiano

Aglianico Antico a Viggiano

L’ambiente interessato al mondo-Aglianico attraversa un periodo di…”fermento”, anche in virtù del periodo di vendemmia!.. La moderna tecnologia e soprattutto le indagini genetiche con il DNA stanno spazzando via ogni nebulosa teoria circa le varietà, le loro origini, le tradizioni, ricche di falsi sinonimi ed omonimie, spesso confuse e ammantate da una cortina fumogena che ne avrebbe dovuto fornire un attestato di nobiltà, quasi sempre derivata dai magnanimi lombi della Grecia Classica. E perché sempre dalla Grecia?..semplice: perché al tempo dei Romani, i vini migliori erano i vini greci, in contrapposizione ai vini latini, semplici e commerciali. Vini Greci di omerica memoria: “offrì a Polifemo un vino greco dolcissimo,” che lo ubriacò . perche i vini greci, mai ellenici per i romani, erano vini potenti, ottenuti da viti basse allevate ad alberello, secondo la moda dei greci, e ai quali un appassimento delle uve conferiva dolcezza e forte alcolicità. Oggi li chiamiamo passiti.

Sulle teorie, più o meno verosimili, circa le origini dell’Aglianico si sono sbizzarriti vari autori, come il Carlucci, valente ampelografo lucano, il quale per troppa passione ha pensato di fornire al suo amato aglianico una nobile genealogia greca, facendolo derivare da un improbabile vitigno ellenico, con una cantonata madornale. Per varie ragioni. Oggi sappiamo che la parola Ellenismo, secondo il vocabolario Zingarelli, è venuta in uso nel 1640 in seguito alla moda di visitare l’Italia per conoscere le rovine della Magna Grecia sulle tracce del Gran Tour. Per i Romani esistevano solo vini greci ed uve graecule, mai elleniche. Altro fortissimo argomento è quello che ci dice che a tutt’oggi non esiste in Grecia traccia di viti di Aglianico, varietà mai segnalata in questa regione. Inoltre il primo documento che cita la parola Aglianico è databile intorno al 1650, come citato nel competente ed esauriente articolo di  Riccardo Valli  che potete leggere qui.

http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=54

Le varie origini etimologiche della parola non sono poi assolutamente giustificate né nell’etimo e ancor meno nella documentazione, poiché l’unica verità è che in ogni sostantivo, anche romano, la desinenza  – iano –icus  descrive appartenenza, come ancora oggi è usata, quando per dire di Pompei diciamo pompeiano o per dire salsiccia lucana i romani la dicevano lucanica.

Aglianico Viggiano

Aglianico Viggiano

L’uva che oggi si utilizza per i vini moderni a base di Aglianico è certamente uva di grande pregio, una varietà molto antica, attestata da un notevole patrimonio genetico di biodiversità, come si capisce dal notevole numero di biotipi ritrovati. Uva che attraverso i probabili incroci subiti con varietà autoctone, conserva una sua rusticità  che ritroviamo poi nei vini che ne derivano.

Fornisce vini complessi, di forte carattere e personalità, ricchi di antociani, che richiedono competenza e preparazione a chi si accinge ad assaggiarli. Non sono semplici da bere, in principio, così ricchi di estratto, ruvidi e spigolosi, con tannini aggressivi. Va quindi commercializzato dopo almeno 3-4 anni di invecchiamento, quando il tempo e le cure del cantiniere avranno ammorbidito e arrotondato quei tannini che lo renderanno un grande vino, austero e complesso, atto ad un lungo invecchiamento. Ce ne dà testimonianza uno dei massimi tecnici italiani, Arturo Marescalchi, quando dice ”chiedendo scusa ai miei Nebbiolo e Barbera, devo ammettere che l’Aglianico è il loro fratello maggiore”. Ma è un vitigno nostro, territoriale, per il quale, finalmente, il termine autoctono può essere usato nel senso più compiuto del termine. Quindi vitigno che non proviene da altri paesi ma che molto probabilmente trae origine in queste terre lucane, quel territorio racchiuso tra Paestum, Metaponto e Laos/Pollino, identificato come Terzo centro di domesticazione delle vite e del quale la Val d’Agri è il cuore verde.

E, a quanto sembra, avendo in comune un avo con Dureza e Teroldego, (vedi qui)  ha dato origine. Vedi qui   http://www.aivv.it/Archivio/Atti/R030_1005_1022_Grando.pdf

a  tante altre uve blasonate, come il sirah, il marzemino, il legrein, refosco ecc, uve che si sono affermate in territori ben lontani dalla nostra Lucania. D’altronde il Sirah ha questo nome perchè trae origine da un vitigno allevato nella Siritide, anch’essa area lucana.

Il profondo lavoro di ricerca ultimato da DeLorenzis ed altri

https://air.unimi.it/retrieve/handle/2434/206581/239964/De%20Lorenzis%20et%20al.%2c%202012.pdf

ce ne fornisce tutte le possibili parentele e derivazioni. Questo per buona pace dei tanti accademici “basilicatesi” che rivendicano diritti di primogenitura e spendono migliaia di euro di soldi pubblici per attestare una genealogia già ben conclamata. Ma tant’è…lo spreco del danaro pubblico senza una programmazione ed un obiettivo definito non è solo un fatto regionale ma nazionale.

Il Volume del Progetto Basivin Sud

Il Volume del Progetto Basivin Sud

Le ricerche circa l’identificazione dei vitigni autoctoni lucani va avanti da circa 10 anni, ed i risultati hanno portato ad impiantare, in loco,  nell’azienda ALSIA di Villa d’Agri. un campo catalogo che ormai è giunto alla fase produttiva: Vedi la ricerca Basivin Sud

L’Aglianico originario della Val d’Agri

portata a termine dai tecnici del CRA e del CNR. e l’articolo di Jeremy Parzen del 2008      https://dobianchi.com/2008/01/29/aglianico-ellenico/

Le Istituzioni Lucane hanno finalmente scoperto la potenzialità dell’Aglianico con vari decenni di ritardo, spingendone finalmente la promozione, ma perdendo ancora una volta l’occasione per comprendere la  grande potenzialità offerta dallo straordinario patrimonio di biodiversità viticola costituito dalla biodiversità delle viti lucane.  E quindi è necessario passare alla vinificazione per indagare le potenzialità enologiche dei vitigni impiantati, pur continuando la ricerca  nei vecchi vigneti di cui è ricca la Basilicata.

Non sappiamo se l’uva Aglianico che conosciamo oggi nei due principali biotipi Taurasi e Vulture sia proprio l’uva sperimentata e riprodotta in Val d’Agri nel II sec DC dalla famiglia romana degli Alli. Il dott Del Lungo fa risalire le origini del nome a questa antica famiglia di imprenditori romani costruttori di ermici e vasi vinari, e che avevano estese proprietà in Italia meridionale. Lo attestano varie iscrizioni lapidee, la toponomastica della regione con il fiume Alli ed il Pagus Alliano ed il ritrovamento di numerose “villae rusticae” dove si producevano derrate da spedire a Roma e l’uva Allianica, in quanto “uva degli Alli”.

Ci conforta invece sapere che con questo studio ci siamo avvicinati nel modo più concreto possibile all’origine vera del nome Aglianico.

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Lug 07 2018

Si assaggiano i vini territoriali lucani

Category: Newsjaco @ 11:03
Basivin Sud - Degustazione vitigni territoriali

Basivin Sud – Degustazione vitigni territoriali

Procede l’iter per la registrazione dei nuovi vitigni lucani reperiti con la ricerca Basivin-sud. A Viggiano, ospitati nell’elegante Hotel dell’Arpa, Tecnici del CREA e del CNR con assaggiatori dell’ONAV , dell’AIS ed i produttori lucani, hanno esaminato i vini ottenuti da alcuni vitigni in corso di registrazione.

Le schede di degustazione serviranno per corredare la pratica che porterà alla registrazione dei vitigni nel Catalogo Nazionale dei vitigni.

La degustazione è stata molto interessante,  non solo per la notevole qualità dei vini, pur ottenuti da semplici micro vinificazioni, ma sopratutto perché sono stati messi a confronto i vini ottenute dalle viti del campo-collezione del CREA di Turi con i vini ottenuti dagli stessi vitigni messi a dimora presso l’ALSIA di Villa d’Agri.

Si sono esaminati i vini bianchi ottenuti dai vitigni Aglianico bianco, Giosana, Jusana, Malvasia di Basilicata ad acino piccolo, Santa Sofia ed i vini rossi ottenuti da Colatammurro e Plavina.

Basivin Sud - Degustazione vitigni territoriali

Basivin Sud – Degustazione vitigni territoriali

Bisogna subito dire che quando sono allevati negli areali di origine, questi vitigni si esprimono a notevoli livelli, rivelando grande intensità con bella mineralita’ ed una buona attitudine a produrre vini complessi e longevi. Qualità queste, presenti anche nei vini delle viti messe a dimora a Turi, ma dove di esprimono con minore intensità.

Su tutti spiccano i vini da Giosana/Jusana che danno vini equilibrati e con notevole espressività. D’altra parte sono molto tipici e caratterizzanti anche la malvasia, l’aglianico B. e la santa sofia che denunziano bene la tipicità del territorio, conservando la matrice del carattere del vino territoriale. Come spiegato dai ricercatori, dott Del Lungo e dott Caputo, tutti hanno una matrice comune nella loro genealogia, identitaria del territorio, che le fa derivare dalla “uva bianca antica”  diffusa nelle aree lucane, sinonimo di uva di qualità degna di riproduzione. Come anche la classificazione  di uva di pregio riconosciuta alle uve “aglianiche” la cui ricca biodiversità ne fa uno dei vitigni più interessanti del panorama viticolo nazionale.

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Gen 23 2018

Ci servono ancora aggettivi per qualificare il vino?

Category: Newsjaco @ 22:04
Aglianico artigianale anni '70

Aglianico artigianale anni ‘7

Non sene può più di etichette, aggettivi bollini verdi ecc che qualificano un vino!

Nc’è niente di più naturale della fermentazione alcolica, la quale avviene anche all’insaputa dell’uomo. Naturale: secondo il dizionario:  ‘cosa che è in natura’;  ebbene in natura c’è solo uva, non esiste vino. Ma tutto quello che si fa per allevare la vite e trasformare l’uva in vino è innaturale: è innaturale potare, innestare, piegare, allungare tagliare questo o lasciare quello, vendemmiare prima, dopo, riscaldare, raffreddare, togliere, aggiungere…quindi niente è più personale, soggettivo, artistico della produzione del vino. Senza intervento umano non c’è vino
Nessuno meglio del sommo poeta poteva descriverlo più esattamente e precisamente con sole due terzine:
Guarda il calor del sol che si fa vino
Giunto a l’omor che dalla vite cola.  Purgatorio – canto XXV
Questo è tutto.

Vero vino naturale

Vero vino naturale

E non sapeva niente nè di fotosintesi clorofilliana nè di fermentazioni!

 

Di questo semplice e naturale processo si è impadronito l’uomo che lo plasma a sua volontà, secondo i suoi gusti e le sue conoscenze, curando più il primo e spesso trascurando le seconde. La domesticazione non investe solo l’agricoltura viticola; anche il vino deve essere domesticato. Se l’uomo non interviene con l’agricoltura avremo un campo incolto come sarà anche il vino, incolto, senza il suo intervento nel seguire la vinificazione.
Il sole, la luce, nutrono la pianta che darà dei frutti, buoni o cattivi, secondo come viene allevata. I suoi frutti saranno la conseguenza di queste cure e daranno vino migliore o peggiore secondo la capacità e la volontà di chi lo produce.
Non c’è problema se la vinificazione “naturale” dà vini con volatile..se questo è l’obiettivo di chi lo fa e a lui piace così. Il problema sorge quando si vuol “vendere” questo, e altri difetti, come qualità, peculiarità del territorio.

Tanto…col ..marchètting si vende tutto.
Senza intervento umano non c’è vino. Non si sente più la necessità di una qualunque categoria, classificazione, aggettivazione: l’unico garante della qualità è il produttore. Poi il prodotto ottenuto a qualcuno piacerà, ad altri no..questo è il bello del vino, anzi dei vini, che sono moltissimi, quanti l’estro umano riesce ad immaginarne.

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Dic 01 2017

Con il pretesto del naturale stiamo tornando al ” vino del contadino”?

Category: Newsjaco @ 15:31

 

Aglianico artigianale anni '70

Aglianico artigianale anni ‘7

Il mondo del vino e non sta vivendo un periodo di infatuazione verso il naturale nel disperato tentativo di ottenere prodotti più genuini con una sorta di marchio che potremmo chiamare “senza”
Mentre in Francia, un secolo fa, Ribereau-Gayon stabiliva le basi della moderna vinificazione, ancor oggi valide, in Italia si vinificava affidandosi alla buona sorte ed alla luna…il cosiddetto vino del contadino…
Dopo tanti anni durante i quali si è creduto che per fare vini buoni bastasse spremere uva qualsiasi ed aspettare, è arrivata l’era della tecnonologia. Ed il vino si è avvalso di ogni coadiuvante che che la chimica metteva a disposizione per eliminare o ridurre i difetti di fermentazione e stabilizzazione: anidride solforosa, acidificazione, disacidificazione, cartoni deodoranti e decoloranti, additivazioni varie … fino allo scandalo del metanolo! Questo evento ha scosso il mondo enologico, sia dei produttori che dei consumatori, risvegliando una sensibilità maggiormente rivolta alla qualità tramite tecniche meno violente ed invasive. Cresce l’attenzione per l’uso dei lieviti, si impiega acciaio inox per migliorare l’igiene, la pigiatura e la pressatura, si impiegano legni di qualità, si adotta un accorto uso delle temperature.
Poi alla fine del secolo scorso, con il miglioramento della qualità dei vini prodotti,  si assiste ad un rigetto di tante pratiche tecnologiche, imputate di produrre vini omologati e poco espressivi, a favore di tecniche “biologiche” che assicurano una maggiore salubrità dei vini e grande caratterizzazione.
Ormai abbandonata la produzione dei vini del nonno, ottenuti con la tecnica di …incrociare le dita e lasciar fare alla natura, con risultati a dir poco discutibili, si è passati ad un chimismo sempre più ridotto a favore di un maggior controllo dei fenomeni biologici. È l’era del biologico, pur riconoscendo a questo termine un valore relativo, dal momento che tutto il processo di vinificazione, comunque condotto, è essenzialmente frutto di biotecnologia. In questa fase è ancora più interessante la maggiore attenzione posta nella cura del vigneto, elemento alquanto trascurato in precedenza.
Uva ottenuta da vigneti sani, in equilibrio microbiologico del suolo, e con un sistema vascolare integro, è il presupposto indispensabile per poter poi ottenere vini espressivi e riconoscibili. In cantina queste uve avranno bisogno solo di cura e assistenza nell’importantissimo processo di vinificazione per la nascita di un vino buono, sano, esente da difetti.
Da questo non si sfugge:senza l’ intervento dell’uomo non si ottiene vino buono, anzi non si ottiene vino e basta. La vite, innestata, potata, piegata, curata nei periodi critici, correttamente alimentata, su un suolo microbiologicamente non esausto, ci darà sicuramente vino buono, ma sempre risultante dall’obiettivo che l’uomo si propone e ammesso che abbia le conoscenze per realizzarlo.
Una vigna “senza” assistenza e una fermentazione “senza”  sorveglianza non darà mai un prodotto di qualità
L’adozione del biologico e del naturale si riduce al mero equilibrio tra natura e pianta, sorvegliato dall’uomo, il quale conserverà un  naturale rispetto anche negli interventi per la valorizzazione della materia prima ottenuta, ma senza ammiccamenti all’equazione naturale=più buono.
Non vorremmo che rincorrendo il vino “senza” additivi  arriviamo al vino senza ..qualità.

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Gen 05 2017

Buon Compleanno all’ONAV

Category: Newsjaco @ 21:10

I  65 anni dell’ONAV

Molto bello lo spettacolo coreografico svoltosi ad Asti per celebrare i 65  anni di vita dell’Organizzazione Nazionale  Assaggiatori  di Vino. Spettacolo di eleganza e leggerezza  direttamente collegato alla vita della vite prima e del vino che ne deriva poi.  L’ondata di rinnovamento introdotta dal Presidente Intini  si riflette in ogni nuova iniziativa, intesa  a dare nuova linfa  alle manifestazioni  volte al corretto modo di avvicinarsi al vino, alla sua conoscenza  ed a diffondere le giusten modalità di consumarlo .

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Mar 02 2013

Il Manifesto del “vino artigianale”

Category: Newsjaco @ 13:07
Vite centenaria (1909) a Viggiano.

Vite centenaria (1909) a Viggiano.

Sono entrato in contatto, anche se non per conoscenza diretta ma attraverso la rete, di una persona, Gaspare Buscemi – enologo e produttore – con la quale ogni mio principio trova perfetta rispondenza con il suo modo di intendere il vino e la sua produzione.

Le sue considerazioni sono ancora più rilevanti perchè provengono da un enologo, figura preposta proprio a quelle pesanti manipolazioni del vino, così distanti da quello che potremo  chiamare Vino Artigianale, ovvero Craft Wine,  definizione che io uso da qualche anno per definire il vino che produco. La proposta della creazione di una  Associazione, capace di tutelare e riconoscere il lavoro degli artigiani sarebbe veramente rivoluzionaria, tale da poter far considerare… Buscemi come il Grillo dell’enologia.

Vino artigianale o Craft Wine

Vino artigianale o Craft Wine

In pratica i regolamenti, i controlli e le pastoie burocratiche che affliggono il mondo del vino a nulla sono valse per impedire grandi frodi sulla produzione dei vini di maggior interesse economico.

Mi sono permesso di sottolineare i passi fondamentali del manifesto  vini artigianali analisi e proposte  (leggibile nel link)  e vorrei che fosse divulgato al massimo perchè denunzia chiaramente come il potere manipola il lavoro di chi produce con sacrifici e passione.

Questo movimento potrebbe anche precorrere i tempi, se è vero che la normativa futura va verso la produzione di “vini a residuo zero”, regola questa che spazzerebbe in un sol colpo ogni definizione di vini naturali, veri, biologici o biodinamici.

 

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Ott 31 2012

Fregoni interviene sul “vino biologico”

Category: Conoscere il vinojaco @ 19:31
Vite plurisecolare di Tintora

Vite plurisecolare di Tintora

Il dibattito sul  “vino biologico”  non investe solo la questione dei solfiti (a nostro parere la questione minore!) ma parte dalla normativa del biologico in generale, già in vigna, con le massicce dosi di rame che la viticoltura biologica ammette. Inoltre bisogna dire che le dosi massime ammesse sono largamente superate nella pratica, se si vuole ottenere uva veramente sana, con gli andamenti climatici di oggi.

Il prof Fregoni interviene sull’argomento:

Così commenta il professor Mario Fregoni, fra i più noti esperti di viticoltura al mondo. ““È un passo in avanti, ma resta la preoccupazione di far osservare le regole, dato che di solito i controlli non sono sufficienti. Altrimenti si rischia di prendere in giro il consumatore con l’idea che qualcosa sia più naturale o più salutare. Il miglior controllo sarebbe quello analitico, dato che oggi ci sono diversi laboratori attrezzati: se facendo delle analisi trovo molecole diverse da quelle ammesse, è evidente che l’inosservanza è del produttore. Per me il vino in genere, biologico o no, dovrebbe avere un etichetta dove si dichiarano tutte le sostanze non strettamenti pertinenti all’uva e alla sua trasformazione, e dunque si dichirano gli additivi ammessi nella UE. È comunque paradossale che sia proprio l’agricoltura biologica (oltre a quella biodinamica) a non aver impedito l’uso di una sostanza tossica come il rame nel terreno. Il rame è un inquinante. Non tanto tossico per l’uomo in quanto durante la fermentazione precipita, quindi non è mai sopra i livelli consentiti. Ma è tossico per l’ambiente: è un inquinante del terreno, specie nei paesi del Nord Europa che hanno terreni acidi dove è pericolosissimo perché viene assorbito dalla pianta. Da noi invece i terreni acidi sono al più il 1-2% (come in Francia Spagna o Portogallo), noi abbiamo terreni calcarei e alcalini o ricchi di sodio, in cui il rame viene praticamente reso inattivo e non assorbibile dalla pianta. Il rame però è tossico anche verso i batteri e i funghi e tutti gli esseri viventi che popolano il terreno e che sono intossicati. Si consideri che non si è mai usato il rame in agricoltura fino alla fine dell’Ottocento, quando abbiamo “importato” dall’America oidio e peronospora, oltre che la fillossera”.

Questo per quanto riguarda l’uva biologica, ma la nuova normativa sul “vino biologico” ammette ben altri additivi, particolarmente quelli ammessi in cantina, dove non ci hanno risparmiato nemmeno i “trucioli”…..

interviene anche sugli additivi da usare in cantina in vinificazione. E’ su questo argomento che pensiamo si svolgerà il dibattito di vinificatori ed enologi e noi saremo attenti a cogliere umori e sensazioni, facendovene partecipi.

 

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Gen 18 2012

Enologia d’epoca

Category: Newsjaco @ 10:27
Manuale enologia - 1923

Manuale enologia – 1923

Mi piace pubblicare una foto del testo di enologia che mia madre consultava di tanto in tanto, negli anni in cui lei ha cercato di rendere più  “tecnologica”  la produzione del vino familiare o, come si direbbe oggi, vino naturale.

Si fa notare che la data di pubblicazione risale al 1923!

I contenuti riassumono le tecniche di base, naturali e poco invasive, che si rifanno ai principi di enologia del fondamentale – Trattato di Enologia di RIBEREAUGAYON – tecniche che ancor oggi sono alla base della produzione di vini naturali, espressione dell’uva di origine e del territorio.

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Mar 23 2011

Novità dal progetto Vitivin-Vault

Category: Newsjaco @ 16:47

Ancora un vitigno dal profilo molecolare sconosciuto, il guarnaccino,  (niente a che vedere con il guarnaccia, grenache, alicante o cannonau già conosciuto) scoperto nel corso degli esami che il CRA di Turi ha in esame, tra i cloni recuperati nei vecchi vigneti dela Basilicata.

Uva Guarnaccino in Basilicata

Uva Guarnaccino in Basilicata

Il Guarnaccino è doppiamente interessante, dal momento, che anche se il suo profilo genetico è originale,   i punti di contatto con il profilo genetico del Cabernet Franc  lo rende straordinariamente importante per documentare la presenza di questo vitigno in Basilicata in tempi lontani, molto adatto alla produzione di vini naturali, dal momento che il suo adattamento alla propria area consente un allevamento con minimi interventi fitosanitari.

Dopo aver trovato, quindi, da parte del CNR di Torino, il progenitore del Sangiovese in antichi ed isolati vigneti calabresi, questo ritrovamento pone nuovi interrogativi sulla circolazione dei cloni di vitis vinifera nella nostra regione, vero e proprio svincolo nodale dei traffici arcaici tra Puglia, Campania e estremo Sud Italiano nel periodo della colonizzazione Greca.

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Nov 26 2010

VINUM NOSTRUM: Dalla Archeologia le origini del vino

Category: Newsjaco @ 10:51

Introduzione alle origini della viticoltura Europea.

Vinum Nostrum

Una ricerca partita anni fa dal Laboratorio di Ricerche Applicate di Pompei, istituito con fondi CNR,  ha l’intento di studiare le componenti naturalistiche del territorio vesuviano, da far poi confluire in un archivio biologico nazionale.

Parte da Firenze la grande mostra Vinum Nostrum (dal 20 luglio al 15 maggio 2011 a Firenze, Palazzo Pitti) che ripercorre la storia della vite nell’antichità, dalla Mesopotamia alla Grecia fino a Roma, da dove si diffuse a

Pompei - Vigneto del Triclinio estivo

tutte le Provincie dell’Impero. Il percorso segue la antiche strade del vino in Italia, da Firenze, a Pompei a Grumento Nova, ed approfondisce la conoscenza della viticoltura antica in regioni dal grande fascino paesaggistico.  Particolarità dell’iniziativa è quella di proporre contemporaneamente in tutta Italia una serie di itinerari collegati, iniziando dall’area archeologica vesuviana, custode di una testimonianza unica sulla viticoltura antica: l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. infatti sigillò oltre alla città con i suoi abitanti anche gli ambienti naturali insieme alle straordinarie tracce di una coltura che tanta parte ebbe nella storia antica. In particolare  a Pompei sono stati individuati utensili, attrezzature, affreschi relativi alla viticoltura e dei vinaccioli risalenti all’epoca dell’eruzione Il reimpianto e la valorizzazione dei vigneti dell’antica Pompei costituiscono ormai un modello per gli scienziati di tutto il mondo: Gli aspetti scaturiti più interessanti sono relativi all’Agricoltura ed all’Alimentazione nel mondo antico. E’ stato

Vigneto sperimentale negli Scavi di Pompei

Vigneto sperimentale negli Scavi di Pompei

possibile così ricostruire un vigneto di due ettari, seguendo le tecniche utilizzate dai Romani impiantando vitigni ancora oggi rinomati, come l’Aglianico, il Per’e Palummo (Piedirosso) e lo Sciascinoso. Da questi vitigni si è ottenuto un vino che è stato chiamato “Villa dei Misteri”, vera espressione di quei vini naturali, oggi tanto ricercati.

Si è approfondita la ricerca quando si è affiancato il Museo di Grumento  il quale ha affidato al Laboratorio lo studio di alcuni reperti rinvenuti nel Parco archeologico di Grumentum, relativi alla vitivinicoltura di epoca Romana e Greca.

Dallo studio dei reperti e da ricerche condotte in loco con la collaborazione del Direttore del Parco, Dott  Capano, si è potuto risalire alle tecniche di impianto tipiche della viticoltura greca, con viti basse di circa 30 cm, i cui tralci erano sostenuti da canne poste a treppiedi, le cosiddette “Vigne a Capanno” .Inoltre sono emersi i resti di alcuni palmenti, di cui restano splendidi esempi anche a Pietragalla  e negli stessi scavi di Grumentum.

Lo studio ha evidenziato come la viticoltura greca, dal litorale ionico sia penetrata in Lucania (antica Enotria) attraverso le vie d’acqua dell’Agri e del Basento, e come sia giunta alla Paestum lucana e quindi in Campania attraverso la Sella di Conza, vero crocevia dei traffici preromani, collegando i bacini lucani con la via del Sele verso Paestum e con la via dell’Ofanto verso Canosa ed il litorale appulo.

Tutto questo trova anche conferma nei recenti studi del CRA e del CNR svolti sul reperimento di antichi cloni delle regioni meridionali, che hanno evidenziato come tutto il meridione sia stato un solo grande vigneto in cui le migliori uve venivano impiantate senza distinzione di regioni o di popolazioni.

La Lucania, odierna Basilicata, è un po’ la culla della viticoltura europea: non a caso la sua più antica popolazione era quella degli Enotri, che abitavano l’ Enotria, la terra del vino, e i suoi vini, i lucani e i lagarini, sono ricordati dagli scrittori classici. La Regione ha tutelato gran parte del propri territorio e oggi è quella che in Italia in proporzione ha la maggiore concentrazione di parchi e di riserve naturali. All’interno di queste aree , dai microclima alquanto diversi e dalla spiccata biodiversità,  numerose varietà dai nomi piu vari e dai molti sinonimi,  sono all’attenzione dei ricercatori lucani, che insieme al CRA, hanno intrapreso una ricerca volta alla valorizzazione di questi cloni.  Particolarmente ricco il programma degli itinerari a partire da quello del Vulture, un vulcano a caldera spento da epoca preistorica. Ricco di sorgenti, ricoperto di boschi formati tra gli altri da faggi, querce, frassini ha una ricca flora costituita da ben 977 specie comprendenti piante officinali di pregio. Le sue larghe e fertilissime pendici di natura vulcanica ospitano estesi vigneti coltivati ad aglianico: il termine sembra essere corruzione di vitis hellenica, il vitigno che la tradizione vuole importato nella terra degli Enotri dall’ antica Grecia. Soprattutto nei vigneti a consumo familiare la tecnica colturale è molto antica: viti condotte ad alberello basso e tralci raccolti su tre canne appositamente disposte. Uno dei paesi più rappresentativi è Barile il cui nome potrebbe anche essere riferito allo stemma che raffigura un barile e un grappolo d’uva, a testimonianza della vocazione territoriale strettamente legata all’ aglianico.. Interessanti sono le oltre cento cantine scavate nel tufo circa cinque secoli fa e ancora oggi utilizzate per l’invecchiamento del vino, simbolo dell’arte enoica barilese. Nel territorio sorgono molte Cantine, tra cui  Paternoster, premiata nel 2004 con il Premio Roero proprio per l’ attività di recupero e di valorizzazione della viticoltura nell’ area del

I Palmenti di Pietragalla

I Palmenti di Pietragalla

Vulture, iniziata già agli inizi del secolo scorso ad opera di Anselmo Paternoster , che decise nel 1925 (data ancora ben visibile sul portone dell’azienda), di destinare alla vendita le prime bottiglie di Aglianico, sino ad allora prodotte per consumo familiare.

Non molto lontana sorgono Melfi, con l’ imponente castello di Federico II e Venosa, patria di Orazio, il poeta del Carpe Diem. Poco fuori del suo abitato sono l’ anfiteatro e i resti di un quartiere di epoca romana con mosaici raffiguranti anche tralci di vite.
I percorsi del vino continuano passando per Pietragalla, , ai margini dell’ area del Vulture, il cui Comune è stato premiato con il Premio Roero 2004 per l’ attività di recupero e di valorizzazione dei palmenti che caratterizzano il suo territorio: appena fuori paese sorge infatti un vasto insediamento di queste caratteristiche strutture utilizzate per la pigiatura del vino scavate parzialmente nel tufo e ricoperte di zolle di terra. Questi palmenti, organizzati, a seconda del numero dei proprietari che si servivano di ciascuno di essi, con una o più vasche per la pigiatura in cui veniva lasciato fermentare il mosto, sono di grande interesse per lo studio dell’ architettura rurale del passato.
L’altro percorso del vino in terra lucana si svolge in Val d’Agri, cuore del Parco Nazionale dell’ Appennino Lucano: racchiusa tra le alte montagne del Volturino e del Sirino gode di una splendida natura ed è ricca di testimonianze archeologiche che ne sottolineano il percorso seguendo il fiume fino al suo sbocco nello Ionio, nei pressi dell’antica Heraclea, in quella porzione di territorio dove erano i terreni dedicati a Dioniso. Terra di famose scuole di ceramisti fioriti alla fine del V sec. a. C., fu forse una delle vie percorse da alcune varietà di vite per giungere dall’antica Grecia a Roma. Plinio indica i luoghi che circondavano Grumentum (Grumento) come area di produzione dei lagarina vina : attestazioni arrivano anche dal ritrovamento di reperti archeologici di varia natura legati al mondo del vino. D’altra parte nell’ area archeologica sono conservati alcuni palmenti ottocenteschi, che dimostrano il perdurare nel tempo della tradizione viticola del luogo.

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