Gen 23 2018

Ci servono ancora aggettivi per qualificare il vino?

Category: Newsjaco @ 22:04
Aglianico artigianale anni '70

Aglianico artigianale anni ‘7

Non sene può più di etichette, aggettivi bollini verdi ecc che qualificano un vino!

Nc’è niente di più naturale della fermentazione alcolica, la quale avviene anche all’insaputa dell’uomo. Naturale: secondo il dizionario:  ‘cosa che è in natura’;  ebbene in natura c’è solo uva, non esiste vino. Ma tutto quello che si fa per allevare la vite e trasformare l’uva in vino è innaturale: è innaturale potare, innestare, piegare, allungare tagliare questo o lasciare quello, vendemmiare prima, dopo, riscaldare, raffreddare, togliere, aggiungere…quindi niente è più personale, soggettivo, artistico della produzione del vino. Senza intervento umano non c’è vino
Nessuno meglio del sommo poeta poteva descriverlo più esattamente e precisamente con sole due terzine:
Guarda il calor del sol che si fa vino
Giunto a l’omor che dalla vite cola.  Purgatorio – canto XXV
Questo è tutto.

Vero vino naturale

Vero vino naturale

E non sapeva niente nè di fotosintesi clorofilliana nè di fermentazioni!

 

Di questo semplice e naturale processo si è impadronito l’uomo che lo plasma a sua volontà, secondo i suoi gusti e le sue conoscenze, curando più il primo e spesso trascurando le seconde. La domesticazione non investe solo l’agricoltura viticola; anche il vino deve essere domesticato. Se l’uomo non interviene con l’agricoltura avremo un campo incolto come sarà anche il vino, incolto, senza il suo intervento nel seguire la vinificazione.
Il sole, la luce, nutrono la pianta che darà dei frutti, buoni o cattivi, secondo come viene allevata. I suoi frutti saranno la conseguenza di queste cure e daranno vino migliore o peggiore secondo la capacità e la volontà di chi lo produce.
Non c’è problema se la vinificazione “naturale” dà vini con volatile..se questo è l’obiettivo di chi lo fa e a lui piace così. Il problema sorge quando si vuol “vendere” questo, e altri difetti, come qualità, peculiarità del territorio.

Tanto…col ..marchètting si vende tutto.
Senza intervento umano non c’è vino. Non si sente più la necessità di una qualunque categoria, classificazione, aggettivazione: l’unico garante della qualità è il produttore. Poi il prodotto ottenuto a qualcuno piacerà, ad altri no..questo è il bello del vino, anzi dei vini, che sono moltissimi, quanti l’estro umano riesce ad immaginarne.

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Gen 18 2018

Innesti a gemma t-bud e chip-bud contro l’esca

Category: Newsjaco @ 17:41
Sezione di vite attaccata da esca con sovrainnesto a gemma o chip-bud

Sezione di vite attaccata da esca con sovrainnesto a gemma o chip-bud

Durante una visita del titolare della  Worldwide-vineyards, sempre interessante ed istruttiva, si parlava della possibilità di combattere il mal dell’esca con gli innesti a gemma. Questa tecnica era già usata dai romani e consente di innestare i due bionti con minimo stress per la vita biologica della pianta innestata. Ovviamente questa tecnica richiede manodopera specializzata per praticare gli innesti in campo, come fanno alla  Worldwide-vineyards, che fornisce ampio know.how durante la preparazione e l’assistenza per la riuscita degli innesti.
Molto interessante la sezione di una vite Sovrinnestata, già colpita dal marciume dell’esca, che mostra un tralcio sano in pieno vigore, originato dalla gemma innestata.
Purtroppo nel fusto originario sono già visibili le prime tracce del marciume, che origina dall’innesto originale ad omega.
È evidente che se si vuol salvare l’apparato radicale si dovrebbe innestare sul selvatico, mantenendo la piena produzione, che si perde solo per un anno. In ogni caso è confortante notare l’integrità del tralcio dell’innesto, ma in questo caso servirà solo a prolungare la vita della vite originaria che prima o poi sarà danneggiata dal mal dell’esca.

http://www.worldwide-vineyards.com/it/

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Gen 12 2018

Viti innestate centenarie

Category: Newsjaco @ 21:51
Vite di Magliocco D- innestata nel 1909 a gemma

Vite di Magliocco D- innestata nel 1909 a gemma

In occasione di sistemazioni di confini, è stato necessario estirpare alcune viti di un antico vigneto di famiglia, impiantato nel 1909 e tuttora in produzione.
Avendo già accertato che le viti erano innestate su americano, sia per memoria di mia madre, che ricordava che l’impianto fu intrapreso in seguito alla fillossera, sia per aver notato il ricaccio di vite selvatica su qualche fallanza, sono stato colpito dalla apparente mancanza di callo di cicatrizzazione su dette viti estirpate.

vite di Cabernet S. di 18 anni innestata ad Omega

Vite di Cabernet S. di 18 anni innestata ad Omega

In realtà guardando attentamente, il callo era presente, ma la cicatrice era talmente assimilata che solo sezionando la radice si è potuto notare il punto di innesto. Innun’epoca in cui la vita media delle viti è di circa 30 anni, mi sono chiesto perchè viti di cento anni sopravvivono e vegetano regolarmente.
La riflessione che arriva di conseguenza, è che evidentemente dopo 110 anni il legno della vite è perfettamente sano proprio a causa dell’innesto usato in quell’epoca, sicuramente innesto in campo a spacco o a gemma. È evidente che un innesto a gemma è tanto compatibile con la fisiologia della vite da essere tollerato con minimo trauma sulla vegetazione della stessa.
Oggi siamo abituati a vedere grossi rigonfiamenti nel punto di innesto: naturale conseguenza della cicatrice di un innesto ad omega, nel quale la ricostruzione del tessuto vivo è ostacolata dalla necrosi della testina dell’omega. Necrosi che si verificherà puntualmente per il tessuto non vivo, che costringe la linfa della vite selvatica a ricostruire tessuti nuovi aggirando l’ostacolo costituito dal legno morto.

Schema esplicativo di innesto ad Omega

Schema esplicativo di innesto ad Omega

Vedi disegno esplicativo.
Nelle foto sono mostrate le sezioni dell’innesto della vite centenaria, con legno integro, e la sezione dell’innesto di una vite di cabernet su 5BB di 18 anni. Su quest’ultima è evidente il vuoto lasciato dalla testina dell’omega dopo la sua marcescenza.

Recenti ricerche pare facciano risalire a questo tipo di innesto la breve vita delle viti moderne e forse anche il mal dell’esca, il cui marciume non scende nei tagli di potatura, ma “sale”  dall’area marcia racchiusa nel punto di innesto.

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